Biografia

Alessio Nannni ha studiato dalle suore pur non essendo cristiano, ha lavorato quel tanto che basta per capire che gli piace fare niente, eccetto quello che farebbe anche se non fosse pagato. Sta conseguendo un altro titolo di studio perché una promessa è una promessa. Ha scritto per diversi giornali, parlato per alcune frequenze radiofoniche, girato per una televisione, e non ama la moltitudine. Fra i complimenti che ha ricevuto in vita sua, rivolge le più affettuose memorie a quelli accompagnati da un abbraccio. Ha una innata tendenza a non staccarsi dalle sue cose, e se pure conseguisse la fama e il denaro a cui ognuno per verso proprio aspira, tenderebbe ugualmente a trascorrere il tempo con gli amici di una vita. Accarezzerebbe con insospettabile tenerezza tutti gli animali se non temesse di sporcarsi le mani, e guarda con una certa contemplazione le traiettorie dei gabbiani perché bambino sentì dire da qualcuno di volersi reincarnare in quelli. Sa dire con impressionante rapidità se un numero è divisibile per tre senza l'ausilio di carta e penna o calcolatrice. Non si considera migliore di altri, ma differente sì. Non vuole convincere alcuna persona sul suo modo di intendere la vita, ma guarda con benigna misericordia chi vorrebbe mutargli quelle convinzioni. Ama e odia alla stessa stregua, ha cuore e gola voraci per cibo e passioni, non rinnega né vuole estinguere i tanti difetti che pure possiede perché pensa che sia più dai difetti che dai pregi che si differenzi la personalità. La sola qualità che ritiene irrinunciabile è la temperanza. Non vorrebbe mai dividere il mondo in due sole categorie ma, se dovesse esservi costretto, anch’egli le individuerebbe in lucidi e ottenebrati. Se dovesse scegliere degli oggetti da portare in un’isola deserta, starebbe ore e ore a rovistare fra dischi, libri, fotografie e quaderni, accorgendosi infine di essere lui stesso l’isola deserta. Avverte terribile la mancanza di due persone. Dell’una ricorda i dolci preparati per carnevale, del secondo l'ultimo ringraziamento. Di entrambi, la costante presenza nel sogno e nel pensiero. Le sue tentazioni sono quasi tutte di natura sessuale e letteraria. I suoi più grandi timori sono il mare aperto e la perdita della memoria. Tra le sue stranezze annovera l’antipatia per i viaggi in aereo, per le parolacce, e per i mediocri che non capiscono che la bellezza di un treno che parte sta nell'osservare gli sguardi delle persone che si separano. Il suo intestino non tollera la cipolla. Ogni volta che rientra da un lungo viaggio preferisce sedersi in disparte e rasserenarsi in silenzio, perché tornare è l’esperienza, e senza esperienza si immagina e basta. Se potesse, sottrarrebbe a una pellicola in bianco e nero la didascalia seguente per porla a mo' di epitaffio: un po’ di allegria, e forse un lacrima.

Interventi
Rubriche

Citazioni

«Ogni creatura dell'universo,
quasi fosse un libro o un dipinto
è per noi come uno specchio;
della nostra vita, della nostra morte,
della nostra condizione, della nostra sorte fedele segno.
La rosa rappresenta il nostro stato,
leggiadra glossa della nostra condizione,
interpretazione della nostra vita;
che mentre è fiorente nel primo mattino,
fiorisce, sfiorito fiore,
con la vecchiaia della sera.»

Archivio
Situazioni
giovedì, 19 novembre 2009
«Sono stanca dei miei pensieri e vorrei smettere di farli. Alla mia età ogni percezione è segretamente avvicinata da impressioni passate senza che io possa decidere che questo non accada. Ebbi suggestioni simili nel primo distacco dall’adolescenza, lontanissimo; altre ancora più intense nelle somme della maturità. Identico il senso: se una memoria è bella, sopraggiunge la malinconia; se triste, ecco riaffiorare un dolore che è rassegnazione.

Non importa quale sia il mio nome, né sono importanti i piccoli dettagli che arricchirono tanti trascorsi. Fui come ognuna figlia, poi sposa giovanissima e affettuosa madre; oggi ho un nipote, e il destino, come spesso succede a noi donne, mi ha imposto la solitudine dopo avermi sedotto con il piacere di una compagnia da subito irrinunciabile. Strinsi forte il mio unico amore quando mi chiese il cuore con il garbo nelle labbra e la commozione negli occhi, e ancora più forte nell’istante recente dell’abbandono. Lo rivedo nel buio del sogno, dove quasi mai parla ma sorride.

Lo incontro ancora nel giorno, in alcuni oggetti che occhi diversi dai nostri non saprebbero interpretare per il loro valore; e lì, attraverso quelli, ci sussurriamo ancora le meraviglie andate, i silenzi dopo le parole, e qualche raro litigio che passione e tempo hanno lenito. Non c’è molto altro da scrivere di me, se non che vorrei fare dono a chi ho adesso di più caro al mondo di una fra queste mie intensità. Desidererei fargli incontrare il passato attraverso non la memoria ma qualcosa di materiale, da vedere e sfiorare. Forse una semplice foglia, offerta e conservata in un libro, e scoperta a distanza di anni e quasi con sorpresa.

Vedo le prime avvisaglie del mattino entrare nella carrozza e illuminare con irregolare cadenza il viso di un ragazzo che dorme. Mio nipote, poco più che un bimbo, siede assonnato al mio fianco, attende che io raffreddi un té bollente e nel frattempo osserva il nostro passeggero con una curiosità che non mi appartiene più. Ormai so cosa aspettare anche dall’alba: il cielo che schiarisce, il sole che sorge e raggiunge il nostro riposo. E un ultimo raggio di luce che ci desta, aprendoci finalmente gli occhi e ponendo termine alla notte. Mentre viaggiamo per fare ritorno in città, ho deciso di lasciare queste impressioni sulla carta che sto riempiendo e che abbandonerò lungo la strada. Il treno viaggia lento ma senza fermate, a breve preparerò il bagaglio per la discesa».

Scritto alle ore 02:26 | permalink e commenti
laboratorio
giovedì, 12 novembre 2009
«Questa mattina cercavo in un cassetto un documento indispensabile per il viaggio che da lì a breve avrei intrapreso e che tuttora mi trovo a dover completare. Sebbene non fosse di ragguardevole profondità, ebbi a rovistare un bel po’ sollevando oggetti che da tempo neppure pensavo: una matita colorata sottratta a un mio professore, una scatola in cartone svuotata del suo contenuto, due cartoline uguali e mai spedite, un portadocumenti che illuse sul buon esito della mia ricerca.

Infine, sul fondo, incontrai un piccolo libro, di quelli che si usa dire tascabile e che talvolta si porta con sé non per leggerlo (giacché la scarnezza delle pagine fa sì che se ne esaurisca presto il contenuto) ma per il semplice possesso di un oggetto caro quando si va in un luogo indesiderato. Rammentai dunque di aver abbandonato un giorno con distrazione il documento proprio in quel volume, e sfogliandolo ne ebbi conferma: potevo finalmente partire e ne fui sollevato. Ma un pensiero mi sovvenne e girai l’orlo ingiallito dello scritto trovando una foglia un tempo verde, oggi di un castano chiaro. La sfiorai attento che il mio contatto non ne offendesse la fragilità.

Ricordai, allora ricordai mia nonna che guardava dal finestrino del treno il paesaggio scorrere con l’espressione grave delle sue primavere, e poi volgersi a me e schiudersi in un sorriso che solo ora, più canuto, intendo tradito dai suoi occhi bruniti. Era un’alba remota di tanti anni fa, con essa tornavamo verso la città dopo avere trascorso qualche giornata nella beatitudine della campagna. Io ero appena un bimbo, vestivo con gli abiti colorati che si addicono all’età più dolce, e il lento girare di un cucchiaino che riscaldava un té troppo caldo mi rapiva l’attenzione quasi fosse un salmo.

Le prime luci del mattino entrarono nello scompartimento e illuminarono con irregolare cadenza il viso di un ragazzo che, per troppa stanchezza o la delizia di un sogno che non si desidera lasciare, ancora dormiva. Un ultimo raggio di luce lo destò, aprì finalmente gli occhi e terminò la notte. Incontrammo gli sguardi, mi feci silenzioso perché imbarazzato come un colpevole rivelato, allungai per timore il mio piccolo pugno a stringere il vestito di mia nonna e così rimasi.

E lei, con una tenerezza che mai più ottenni in alcuno dei miei amori, smise di curare la tisana, sottrasse una foglia fra quelle non bagnate e la porse alla mia mano. Quel dono è tutto ciò che della donna della mia vita rimane».
Scritto alle ore 14:03 | permalink e commenti (2)
laboratorio
venerdì, 06 novembre 2009

«Mi trovavo seduto in attesa di qualcosa che tardava a manifestarsi; in principio non capii cosa fosse, ma sapevo della sua importanza per l’espressione che il mio viso assumeva quando da terra alzavo lo sguardo per guardare intorno. Con un artificio che tuttora ignoro, uscivo dal mio corpo per pochi istanti e ne osservavo la tensione, che più e più sembrava il sussurro che precede la frase che desideriamo udire. Ed ecco arrivare quelle parole e lei e il suo sorriso, che tanto bene evidenziò le ragioni del mio cuore.

Si sedette accanto e passò una mano sopra la tempia per acconciare i capelli, quindi attese. Non ricordo ciò che dissi, forse qualcosa di buffo o forse, come accade quando l’emozione mi prevarica, intervenne una finta goffaggine a proseguire i suoi favori. Un raggio di luce, lesto ad attraversarmi il viso ma bastante a donarmi calore, mi distrasse appena e condusse al mio orecchio le sillabe incerte di un bambino. Avevo intanto adagiato il suo capo fra le mie braccia; mai mi era stato concesso il privilegio della tenerezza e amai in quell’istante ogni percezione dei sensi e ogni idea della mente, mentre con le dita carezzavo la sua pelle. Riebbi ancora la visione di un chiarore, questa volta più tenace come più forte fu il suono estraneo della piccola voce. Avvertivo lentamente i miei pensieri abbandonare ciò che stringevo irrinunciabile e la distrazione di un ricordo succedere alla gioia del presente.

Lei stette immobile quasi che non sapesse di quell’evoluzione, io rimasi fermo pure ma cosciente e lasciai intervenire fra noi un suono regolare a disperdere ciò che mi accorsi di stare solo sognando. Fui distratto dalla forma di una finzione ove riconobbi quel bimbo in me stesso. Tutto era sereno, non subivo più la passione e il mio animo aveva smesso di agitarsi perché ciò di cui allora avvertivo il bisogno sembrava lì appartenermi. Notai l’abito antico che tenevo stretto nel pugno della piccola mano e la forma cara che lo riempiva.

Un ultimo raggio di luce mi destò, aprii finalmente gli occhi e terminai la notte. Prese dunque immagine l’anziana donna che stava accompagnando il mio viaggio nello scompartimento del treno e un bambino che, ora silenzioso perché soggetto al mio sguardo assonnato, da essa aspettava una tazza di té ancora troppo caldo. Quanti episodi ricorderai nella tua futura vita, piccolo mio, quanti amori vorrai sacrificare per trasformare in vero la memoria».

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laboratorio
domenica, 18 ottobre 2009
Di nuovo le stelle. Come l'ho viste la notte scorsa e tante altre notti. Notti, giorni, amori, avvenimenti. Ho già sulle spalle un bel fardello di cose passate. E quelle future? Che sia per questo, per non sentire il peso di tutto questo, che continuo a non prendere nulla sul serio? Però è stata una bella giornata. Bella, libera, stupida. Come quando s'era ragazzi. Chissà quando ne capiterà un'altra.

Ieri notte, mentre stanchissimo arrivavo dove il cielo è più buio e le stelle più luminose, chiedevo a me stesso se non volessi un'altra stagione, un luogo lontano, persone diverse, un ruolo dimesso. Di quello che accade rimangono ricordi e nomi, e io desideravo entrambi come realtà presenti. Vicine quanto lontane erano le luci celesti, ho guardato delle rose uscite da una siepe e con questa immagine mi sono concesso al riposo chiudendomi al mondo esterno e al freddo della campagna. La rosa è la nostra "leggiadra glossa". Altre le avrei ritrovate il giorno seguente strette in mani care, come quando si era ragazzi. Ho le dita gelate e una crescente nostalgia. Dischiudo questi pensieri senza sapere a chi e perché.
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