Si erano conosciuti su un volo intercontinentale. Lui seconda classe, posto corridoio e vassoio con bibita analcolica. Lei da una classe all'altra, in tailleur e sorriso di circostanza. I loro sguardi, incrociatisi con l'aggancio della cintura, si sciolsero all'apertura del portello. Lui camminava verso la navetta guardando dietro a sé, lei augurava una felice permanenza a tutti seguendolo andare via. Mezz'ora dopo si rividero al ritiro bagagli. «Aveva dimenticato questo», disse porgendogli un libro. Il tempo di leggere il titolo, Racconti di Dostojevskij, che si era già allontanata con due colleghe. Non fece a tempo a dirle che quel libro non era suo.
Cielo buio, neve, coincidenza in ritardo; avrebbe letto qualche pagina in sala d'attesa. Scorse l'indice e scelse Le Notti Bianche, pagina 131. In alto c'era un appunto in matita rossa: il nome di un hotel e una cifra. Lo lesse ad alta voce, poco dopo lo ripetè concitato a un tassista. Altri sedici minuti ed era nella reception a chiedere la stanza di quel numero. Occupata. Il portiere gli domandò le generalità, quindi aggiunse: «Può salire. La signora Nàstenka la sta aspettando».
Prima di addormentarsi volle capire. Lei, splendida, parlò tenendogli la mano. «La tua coincidenza era in ritardo di un'ora, e quel racconto era l'unico che avresti potuto finire prima di imbarcarti. Hai l'aria di uno a cui le storie che si interrompono non piacciono, e il verde dei tuoi occhi non poteva che posarsi su quelle righe. Ora che hai perso il volo sarai mio per sempre». Al mattino lei già non c'era più.
Tornò da sua moglie con libro e cuore in valigia. Pensò a Nàstenka, alla neve, alle emozioni nel tassì e nella stanza d'albergo, lesse più volte quella storia cercandola in ciascuna frase. Ogni tanto abbracciava con affetto la compagna, e alla fine si convinse di avere sognato. Lo credette per un anno intero, poi ricevette un bigliettino per posta. C'era un appunto in matita rossa, il nome di un hotel in città e un numero. Quella volta non chiese la camera, si presentò e aspettò dal portiere una risposta lunga un anno. «La signora Nàstenka la sta aspettando». Rivide gli occhi e i capelli neri, riebbe corpo e labbra della donna a cui sapeva di appartenere.
Si incontravano sempre in città diverse, e mai oltre una notte in albergo. Era la regola, e andò avanti per quasi vent'anni. Lei comunicava una settimana prima giorno e luogo, lui non saltava un appuntamento. Finché, svegliandosi un mattino, si ritrovò da solo come la prima volta. Sulla valigia, in mezzo ai suoi abiti in terra, la copia del suo libro aperto a pagina 168. Dove si chiudeva il racconto che lo aveva accompagnato per due decenni, stava un appunto in matita rossa, con un nome e una data: il loro primo hotel, il giorno di Natale.
Pronunciò il suo nome al portiere e attese: «Prego, la signorina è in camera che l'aspetta». Salì e bussò esitando. Quando si aprì la porta apparve la sua Nàstenka, più bella dell'ultima volta, più bella di sempre. Ma più giovane di quasi vent'anni, con i capelli neri e gli occhi verdi. Lasciò chiudersi la porta alle sue spalle, e rimase con la donna della sua vita.

